Sapevo sarebbe finita così: onore, gloria e conforto, ma anche morte. Sono nel’ospedale degli Angeli Curatori di Pelor, alle porte di Edrus, e la scena che appare ai miei occhi è straziante: feriti e morte ovunque, sofferenza e gemiti di dolore in ogni direzione, in ogni stanza, su ogni pavimento. E io sono qui, a vagare, recando conforto con le mie parole e i miei sguardi a questi poveri moribondi, ormai coscienti che nulla li potrà trattenere in questo mondo. Sono Kydra, una fanciulla che si sta facendo donna. Anzi, dopo il tempo trascorso qui credo sarò donna, povera di anni ma cresciuta troppo in fretta, troppo per poter sopportare una pena così enorme. Sono qui, in mezzo a famiglie malate e soldati trafitti, e con le mie cure preparo un trapasso lenito da compassione per molti di questi. È un mese circa che dispongo la mia vita a questa carità, da quando un cavaliere m’insegno cosa volesse dire aiutare il prossimo, far fruttare la propria arte e il proprio tempo per gli altri. La prima volta che me lo disse lo guardai fisso negli occhi, e sentimenti di incredulità e conforto si dibattevano nel mio cuore. Me lo disse con una mazza in mano, pensate ed insanguinata, disteso su della paglia, anch’essa rossa: era squarciato al metto e ala coscia, e il sangue voleva abbandonare il suo corpo con una fretta che m’imponeva di affrettare le mie domande. Volevo conoscerlo, e lui si dispose a me. Mi parlò della sua vita e m’insegnò cosa volesse dire curare gli altri. Lo ascoltai attentamente, due settimane che mai scorderò. E ascoltandolo appresi la sua storia e la sua arte, e che morì degno della missione che portava in cuore. Voglio raccontarvela, perché m’affascina. Non temete, non sprecherò troppo tempo. Seppur si siano sedati i conflitti in questa regione, ho ancora qualche malato da ristabilire. Si chiamava Dywarth de Molhar e veniva da Eclaroth, una grande città arroccata su di un altopiano nelle Terre delle Spade, a Sud Ovest da questo luogo. È ben difesa, una corazza spessa e invincibile che protegge la gente di là. Molti richiedono di viverci, entrarci per ottenere protezione e tranquillità. Lui ci uscì invece, e s’incamminò a Nord. Disse che quello che doveva imparare in quella capitale l’aveva imparato, e che oramai il suo maestro non risiedeva più là, ma che l’avrebbe seguito continuamente con amore per aumentare il suo potere e aiutarlo nella sua missione. Lì conobbi Pelor, dalle sue parole. Prima era per me un semplice gigante, privo di forma e di sentimenti. Ora so che è il dio più grande, vicino a me quanto lo sono io verso i miei malati. Disse che aveva camminato e pregato per giorni e giorni, attraversando la Marca di Negrid e giungendo al fiume Russpin e calpestando la terra su cui i pellegrini calcano continuamente i loro passi. Lì s’unì ad altri guerrieri e chierici alla difesa dei molti che scendevano dal Nord e dal Diverr, impauriti dall’avanzare dei barbari di Rivkor e Razkorr, e da alcuni bestie mostruose che iniziarono a incutere paure persino ai nani delle montagne. Oscure manovre s’intrecciavano a Nord, diceva sempre, ma non aveva molto tempo per dirmi cosa. Forse non lo sapeva, gli bastava solo sapere chi doveva difendere, e per quanto tempo doveva ancora reggere la difesa. Picchiava, apriva teste con la sua mazza, pregava e invocava, e appena gli attacchi s’acquietavano s’inginocchiava a pregare ancora Pelor, e passava a sanare ogni caduto sul campo. Era forte, e diceva che la sua forza veniva dal suo buon dio, così come l’arte della guarigione. Non aveva paura della per la sua morte, l’aspettava solo il più tardi possibile, come l’ultimo baluardo dell’ultima battaglia non vuol cadere prima del tempo. Vidi combattere con lui altri umani e nani del Diverr e di Kandris, e fra loro riconobbi stima e aiuto. Della sua infanzia mi disse ben poco, solo che era cresciuto all’interno della città e che suo padre era un nobile di Eclaroth, dedito alle arti della guerra e della guarigione come lui. Suppongo fosse un alto funzionario della chiesa di Pelor, o consigliere reale, ma non si soffermò molto su ciò. Mi raccontò di essere stato educato nei rispetto del bene e della legge, nel linite in cui questa non opprima e svergogni l’uomo. Era abbastanza colto, lo intuivo dal linguaggio e dai modi con cui si esprimeva. La calma della morte che stava per sopraggiungere era tradita da un carattere che ardeva di passione, cosicché alle volte la sua voce s’alzava nel raccontare la sua storia quando gli eventi mordevano il suo cuore di ricordi e sentimenti forti. Accanto a lui stava un’armatura elaborata, d’ottima fattura e splendente seppur macchiata da sangue e non voleva mai separarsi da un’enorme mazza che stringeva sempre in mano. Diceva che era l’arma del suo dio e con quella non temeva di affrontare alcun nemico. Era intrepido, ma dolce. Il suo mantello, con insegne reali della casata di suo padre, l’avvolgeva e stringeva le sue ferite. Inizialmente si curò lui, ma con il passare dei giorni, dopo avermi insegnato, mi permise di medicarlo, accompagnandolo nel suo dolore. Lo vedevo felice ed allietato quando le mie mani passavano sui suoi squarci. Diceva che ero la più potente medicina per le sue sofferenze, e che Pelor illuminava in me forti poteri. I giorni passavano e la sua voce si faceva sempre più pacata e sottile, fino ad abbandonarlo all’ultimo giorni. Anch’io abbandonai la speranza di averlo ancora con me, anche solo per qualche giorno. Morì guardandomi negli occhi, dopo averli rivolti al cielo. Pregava Pelor, era l’ultima sua preghiera. Ed io l’ultima persona su cui si posarono i suoi occhi. L’ultima donna ad avere il suo sguardo. Morì nel silenzio e tra le mie lacrime, e non conobbi mai un uomo così. Piansi perché le nostre difese perdevano un grande combattente, e perché io perdevo dell’amore che si risvegliò così d’improvviso nel mio cuore.